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Bere l’acqua del mare? Forse si può!

dicembre 31st, 2009 by Diego in Acqua, Ecologia dell'ambiente, Sviluppo sostenibile

L’argomento è sempre più all’ordine del giorno: dato che il mondo si incammina sempre più verso l’emergenza idrica, perché non sfruttare l’acqua del mare?

Alcuni numeri: Le Nazioni Unite calcolano che, entro il 2025, ben 1 miliardo e 800 milioni di persone al mondo vivranno in aree afflitte da scarsità d’acqua (a oggi sono poco più di un milardo).

A fronte di questa emergenza, il 97% dell’acqua presente sul pianeta è troppo salata per essere consumata dall’uomo.

Attualmente secondo la International Desalination Association ci sono 13.080 impianti di desalinizzazione in tutto il mondo, in grado di produrre ogni giorno 55,6 milioni di metri cubi di acqua potabile.

Sembra un numero enorme, ma corrisponde solo allo 0,5% del fabbisogno quotidiano del pianeta. Circa la metà di questa capacità produttiva si trova in Medio Oriente.

Il perché è semplice: gli impianti consumano molta energia e quell’area del globo è l’unica in cui petrolio a poco prezzo e necessità di procacciarsi acqua sono inversamente proporzionali in termini geometrici.

Il resto del mondo comincia però a prendere seriamente in considerazione la faccenda e un impianto è in costruzione perfino a Londra.

Le previsioni di Global Water Intelligence ci dicono che la capacità di desalinizzazione del pianeta dovrebbe raddoppiare entro il 2015.

Ma, come si diceva, queste centrali consumano: si calcola che una di quelle più grandi può bruciare in un anno la stessa quantità di energia necessaria per 30 mila case.

Insomma, ciò che entra dalla porta (l’acqua) poi scappa dalla finestra (consumo energetico ed emissioni di co2).

C’è un vero e proprio “mare” di possibilità sotto gli occhi di tutti che però ad oggi non sono sfruttabili per la loro intrinseca antieconomicità e per la solita vecchia faccenda della coperta troppo corta.

Forse però la coperta si può oggi allungare. L’evoluzione tecnologica ha di fatto ridotto i costi di produzione.

La tecnologia dell’osmosi inversa ha ormai quasi del tutto soppiantato la distillazione.

Il principio è semplice: se si affianca un recipiente che contiene acqua salata a uno che ne contiene di dolce e li si separa con un filtro, l’acqua salata tenderà a “risucchiare” l’altra dalla sua parte per equilibrare il grado di salinità delle due soluzioni.

Per invertire il processo – da qui il nome di osmosi inversa – bisognerà esercitare una forte pressione sull’acqua salata, in modo da farla passare dall’altra parte, lasciando il sale sul filtro.

Fin dai primi anni Sessanta, le ricerche si sono dedicate a creare filtri sempre migliori, membrane che nel corso del tempo si sono fatte ipertecnologiche per ottimizzare la resa del processo di osmosi.

Un altro problema è l’energia richiesta per “premere” l’acqua salata verso il filtro: più l’acqua è salata e più energia è necessaria. Fino a pochi anni fa, il processo ne richiedeva troppa rispetto alla resa finale.

Infine, l’acqua sottoposta a osmosi inversa non è “pura”, nel senso che necessita di additivi che la preparino al processo. Un altro filone di ricerca si è dedicato a ottimizzare queste componenti aggiuntive.

Sta di fatto che il primo impianto pubblico di desalinizzazione dell’acqua marina – che cominciò ad operare nel 1980 a Jedda, in Arabia Saudita – aveva bisogno di più di 8 kilowatt/ora (Kwh) per produrre un metro cubo di acqua potabile.

Oggi, esistono sistemi di riciclo energetico che sfruttano il 96% degli scarichi salati del processo di osmosi inversa per produrre nuova energia.

Grazie a questo meccanismo di riciclo e all’economia di scala, nel 2003 un metro cubo d’acqua costava già mezzo dollaro, contro il dollaro e mezzo degli anni Novanta.

Tuttavia i costi sono ancora alti e gli esperti concordano nel ritenere molto marginali ulteriori risparmi sul fronte dell’energia. Per migliorare l’efficienza si punta quindi a ottimizzare ultriormente filtri e membrane.

L’ultimo passo avanti è stato compiuto grazie ai nanotubi di carbonio che permettono un maggiore filtro di sale a fronte di un aumentato flusso d’acqua.

Si è poi scoperto che questa tecnologia può essere utilizzata per creare acqua potabile dagli scarichi reflui.

Qui ci sono da superare notevoli barriere culturali, perché non è facile spiegare all’utenza che un giorno si potrà bere acqua proveniente dal nostro water o, peggio, da quello di chissà chi.

Tuttavia è per il bene del pianeta: cominciamo ad abituarci.

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2 commenti all'articolo “Bere l’acqua del mare? Forse si può!”

  1. Commento di roby

    Grazie per le informazioni,

  2. Commento di roypitt

    Io, da ormai 2 anni, bevo regolarmente 2 volte al giorno acqua di mare fino ad un massimo di 1/4 di litro / giorno.
    Informatevi e vedrete quanto e buona per il nostro corpo, e posso assicurarvi que ” non sono mai morto”!
    Date un occhiata qui:
    aquamaris.org , si lo so , e in spagnolo, ma si puo capire credo.
    saluti!

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