COP15, Obama: ”Il tempo delle parole è scaduto. Bisogna agire”.
dicembre 18th, 2009 by Diego in Clima, Sviluppo sostenibile
Così il Presidente americano, a Copenhagen, esprime scelte chiare per aiutare l’ambiente e il clima. Intanto il presidente francese Sarkozy “punta il dito” contro Cina e India. Ma il premier cinese Jiabao spiega le sue ragioni.
”La nostra capacità di adottare azioni collettive è in forse, mentre il mondo ci guarda”, ha aggiunto Obama, parlando di fronte a 120 capi di stato e di governo.
”La sfida che ci troviamo di fronte consiste nella nostra capacità di affrontarla” ha affermato, ribadendo gli impegni che gli Stati Uniti sono disposti a prendere, ”nel quadro di un accordo generale” annunciati ieri dal segretario di stato, Hillary Clinton. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, ridurranno le emissioni dei gas a effetto serra ”indipendentemente da ciò che accade a Copenhagen”.
Dopo trattative durate tutte la notte a Copenhagen questa mattina si respirava un’aria di ottimismo in vista dell’accordo. Ma il presidente Nicolas Sarkozy spiega i motivi dell’attuale stallo:
“Uno dei problemi principali è che la Cina è riluttante all’idea di accettare controlli esterni, ma anche l’India sta sollevando obiezioni”. Finora ci sono stati solo minimi progressi” ha ammesso Sarkozy.
A questo punto si spera che il pressing di Obama abbia qualche effetto sulla Cina. Un’intesa fra Washington e Pechino è fondamentale per il raggiungimento di un accordo globale sul clima.
Ma il premier cinese, Wen Jiabao, nel suo intervento ha subito messo in chiaro che le responsabilità storiche per i cambiamenti climatici sono tutte dei Paesi ricchi e spetta a loro dunque occuparsene.
Wen ha promesso di far onore ai suoi impegni, spiegando che il suo governo punta a tagliare “l’intensità carbonica” (ovvero il livello di emissioni di CO2 necessari alla produzione di beni) del 40-45% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005.
“Ridurre le emissioni di CO2 su una scala così ampia su questo periodo necessiterà di un enorme sforzo da parte nostra”, ha detto Wen, ricordando le necessità dello sviluppo economico del suo Paese.
“La Cina -ha detto- ha una popolazione di 1,3 miliardi di dollari e un reddito medio pro capite di soli 300 dollari. Abbiamo 150 milioni di persone sotto la linea della povertà, per questo dobbiamo pensare anche allo sviluppo dell’economia”.
Wen ha sottolineato che le emissioni di CO2 sono già calate in Cina del 46% rispetto ai livelli del 1990. E si è rivolto ai paesi ricchi perchè “rispettino i loro impegni” e aiutino “i paesi in via di sviluppo ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici”.

Con il leader del Cremlino è possibile sia affrontata anche la questione del rinnovo del trattato sulla riduzione delle armi nucleari.
Ancora una volta il presidente arriva a Copenhagen in una sorta di attesa messianica per un suo intervento che si spera possa salvare i negoziati e portare ad un accordo sul clima che ieri ad un certo punto sembrava spacciato.
Nella bozza di accordo è stato introdotto un sistema progressivo, con una disponibilità immediata di 10 miliardi di dollari annui, sia pubblici che privati, per poi salire a 50 miliardi entro il 2015 ed a 100 entro il 2020. L’aumento della temperatura globale del pianeta non dovrà superare i 2 gradi centigradi.
Rimangono sul tavolo però le domande che la stessa segretario di Stato aveva sollevato, cioè come inserire i principali paesi emergenti – vedi Cina secondo inquinatore mondiale dopo l’India – nello schema dei tagli delle emissioni in un futuro trattato internazionale e la verificabilità di queste riduzioni.
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