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La sfiducia verso i dirigenti politici.

dicembre 11th, 2009 by Elisa in Clima, Curiosità

Riportiamo qui alcuni punti salienti della parte introduttiva del lungo articolo di M. Lowy (noto filosofo brasiliano la cui visione è condivisa da migliaia di attivisti ambientalisti in tutto il mondo), intitolato così: ”Cambiamento climatico: scenari del peggio ed alternativa ecosocialista”.

Greenhouse-Gases-680In esso viene data una visione sintetica ed arguta dell’approccio delle élite dirigenti rispetto al dramma dei cambiamenti climatici e si spiega come mai tante persone abbiano sempre meno fiducia nella capacità decisionale e governativa dei “grandi” della politica e dell’economia.

Alcuni processi iniziano in modo molto graduale, ma a partire da un certo momento, possono svilupparsi con salti di qualità. La minaccia più preoccupante, sempre più temuta dai ricercatori, è quindi quella di un runaway climate change, di uno slittamento veloce e incontrollabile del riscaldamento globale.

Esistono pochi scenari del peggio, cioè nel caso l’aumento della temperatura superasse i 2-3 gradi: gli scienziati evitano di compilare tabelle catastrofiche, ma si conoscono già i rischi incorsi. C’è però ancora tempo di agire per invertire il corso degli eventi, ma ci vuole il pessimismo della ragione prima di lasciare tutto il posto all’ottimismo della volontà.

Chi è responsabile di questa situazione, inedita nella storia dell’umanità?

La responsabilità, secondo il filosofo, grava sul sistema capitalista, infatti tutto l’apparato produttivo capitalista è basato sull’uso delle energie fossili – petrolio, carbonio – che emettono il gas serra.

E quali sono le soluzioni proposte dalle élite dirigenti?

Lowy divide le loro posizioni in tre grandi gruppi:

1) Gli struzzi: coloro che pretendono che il cambiamento climatico non abbia una fonte “antropica”, non dipenda dalle attività umane. Poco tempo fa era la posizione dell’amministrazione Bush. E’ stata sostenuta da un certo numero – in calo – di scienziati, alcuni pesantemente sovvenzionati dall’industria petrolifera.

2) I favorevoli al “business as usual”: sicuramente il problema esiste, ma può essere risolto con l’impegno volontario delle imprese, e con misure tecniche, senza che sia necessario prendere decisioni vincolanti quantificate.

Questa posizione può combinarsi con una sorta di “opportunismo” affarista: ad esempio i governi limitrofi della regione artica (USA, Russia e Canada) mentre la banchisa si scioglie si contendono il tracciato delle rispettive zone di sovranità, in vista del futuro sfruttamento del petrolio che giace attualmente sotto i ghiacciai.

Quali sono le misure tecniche che possono fare fronte alla minaccia? Alcune rientrano nel campo della “geoingegneria” più demenziale: seminare fertilizzanti sugli oceani per favorire lo sviluppo del plancton; diffondere nella stratosfera miriadi di frammenti di specchi, per riflettere il calore solare…

Un’altra via, più classica, consiste nel proporre l’alternativa dell’energia nucleare, che si suppone non produca emissioni. Senonché, per sostituire l’insieme delle energie fossili, bisognerebbe costruire centinaia di centrali nucleari, con un numero inevitabile d’incidenti e un’infinità di rifiuti radioattivi  dei quali nessuno sa che fare. Senza parlare del rischio maggiore di proliferazione militare delle armi atomiche.

Ricordiamo anche l’ultimo rimedio miracoloso, sponsorizzato dagli USA e dal Brasile, ma che interessa anche l’Europa: sostituire il petrolio con i biocarburanti. I cereali o il granturco, anziché nutrire i popoli affamati del Terzo Mondo, riempiranno i serbatoi delle auto dei paesi ricchi. Secondo la FAO, i prezzi dei cereali sono già considerevolmente aumentati, in parte per colpa della forte richiesta di biocarburanti, il che destina alla fame milioni di persone dei paesi poveri.

3) I promotori di accordi internazionali vincolanti: Kyoto rappresenta, da un certo punto di vista, un reale miglioramento, con il principio stesso di accordi internazionali che includono obiettivi quantificati e penalità.

Detto ciò, il suo dispositivo centrale, il “Mercato dei Diritti di Emissione” si è dimostrato molto deludente: l’Europa, cioè il gruppo di nazioni più impegnato durante dieci anni è riuscito a ridurre le emissioni soltanto del 2%.

Questo fallimento non è dovuto al caso: le quote di emissione distribuite erano tanto generose che tutti i paesi hanno finito l’anno 2006 con grandi eccedenti di “diritti di emissione”. Risultato: il prezzo della tonnellata di CO2 è crollato da 20 € nel 2006 a meno di un euro nel 2007.

L’altro dispositivo di Kyoto, i “Meccanismi di Sviluppo Durevole” – scambi fra diritti di emissione al Nord e investimenti “puliti” nei paesi del Sud – ha, secondo il parere generale, soltanto un impatto limitato, perché non si può accertare e serve a coprire ogni tipo di trucchi ed abusi.

Alla fine del summit di Copenhagen, riusciranno finamente i “grandi” che tanto dispiacciono a Lowy a raggiungere accordi ragionevoli e attuabili, con unico beneficiario la Natura? Spero davvero di si: nel frattempo, per scrupolo, porto avanti anch’io piccole azioni quotidiane per salvare il nostro bel Pianeta.

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