La Cina, ambiziosa, preme sugli Usa. Paesi emergenti divisi.
dicembre 11th, 2009 by Diego in Clima, Sviluppo sostenibile
Più tagli alle emissioni di gas serra dai paesi industrializzati: è la richiesta contenuta in una proposta negoziale che circola in queste ore nella conferenza di Copenhagen, attribuita al governo cinese, e che mira a fare pressione su Stati Uniti e Unione Europea.
La bozza chiede a 37 paesi industrializzati di ridurre le emissioni del 5% in media entro il 2012 (anno in cui scade l’attuale protocollo di Kyoto) rispetto ai livelli del 1990. Il testo inoltre prevede ulteriori specifici tagli per i paesi sviluppati nei successivi cinque-otto anni.
Nel testo presentato da Pechino, invece, ai paesi emergenti e in via di sviluppo sarebbero chiesti altri interventi e azioni per ridurre le emissioni globali, ma non vincolanti giuridicamente come quelle chieste ai paesi più sviluppati.
Ma anche tra i Paesi in Via di Sviluppo il fronte non è compatto. Al terzo giorno dei negoziati sul clima di Copenhagen si profila un’inedita spaccatura nella compagine, finora piuttosto unita, dei paesi in via di sviluppo.
I piccoli paesi insulari e le nazioni africane, più poveri e più vulnerabili al cambiamento climatico, hanno avanzato la proposta di un trattato legalmente vincolante, più severo del protocollo di Kyoto. Proposta che vede l’opposizione dei grandi paesi emergenti, come la Cina, che temono un freno alla crescita.
In prima linea Tuvalu, arcipelago polinesiano a mezza strada fra Hawaii e Australia, che ha chiesto e ottenuto una sospensione dei negoziati fino alla soluzione del problema. L’appello è stato raccolto da altri membri dell’Aosis, l’Associazione dei piccoli stati insulari, come le Isole Cook, le Barbados e Fiji, e da vari paesi poveri africani, Sierra Leone, Senegal e Capo Verde.
Diversi hanno ripetuto la richiesta di Tuvalu di fermare la crescita delle temperature globali a 1,5 gradi centigradi, e la concentrazione di gas serra in atmosfera a 350 parti per milione, invece delle 450 preferite dai paesi industrializzati e da qualche grande emergente. I paesi a forte crescita come Cina, India e Sudafrica si oppongono ai target più ambiziosi, perchè temono che possano rallentare la crescita economica.
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