Ora la Cina raddoppia obiettivi vincolanti su gas serra.
novembre 27th, 2009 by Diego in Clima, Sviluppo sostenibile
La Cina ha presentato ieri il suo primo piano per contenere le emissioni responsabili dell’effetto serra, con una lista di obiettivi «vincolanti» che il premier cinese Wen Jiabao (foto) porterà ai colloqui internazionali a Copenhagen.
La Cina, Paese al primo posto nell’emissione di gas da attività umane che contribuiscono al riscaldamento del pianeta, si ripropone di ridurre l’anidride carbonica emessa da ogni unità del prodotto interno lordo dal 40 al 45% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Xinhua citando il Consiglio di Stato.
Pechino ha anche precisato che questo impegno è un «obiettivo vincolante» e che ricorrerà a provvedimenti come la tassazione e misure finanziarie per raggiungerlo mentre il Consiglio di Stato, citato da Xinhua, ha detto che il Paese dovrà affrontare «enormi pressioni e notevoli problemi» per raggiungere l’obiettivo.
La Cina ha anche ribadito l’obiettivo di garantire entro il 2020 che il 15% del consumo totale di carburante avvenga con carburanti non-fossili. «Questa è un’iniziativa volontaria intrapresa dal governo cinese in base alle sue proprie condizioni nazionali ed è un grosso contributo allo sforzo globale per contrastare i cambiamenti climatici» ha detto ancora l’agenzia citando il Consiglio. L’obiettivo indicato è in linea con quanto previsto dagli esperti.
Un deciso impegno da parte della Cina rafforzerà probabilmente gli sforzi per raggiungere un accordo al vertice previsto per il mese prossimo in Danimarca. Le trattative pre Copenhagen sinora hanno conosciuto un lungo stallo a causa dei contrasti fra Paesi ricchi e in via di sviluppo su chi, e quanto, debba ridurre le emissioni. E a chi tocchi pagare.
La svolta cinese segue quella annunciata ieri dagli Stati Uniti e ai colloqui diretti tra Barack Obama e Wen Jiabao di qualche giorno fa.
Si tratta di obiettivi inferiori rispetto a quelli adottati dall’Ue, soprattutto perché questa li parametra rispetto alle emissioni di partenza del 1990, mentre Usa e Cina fanno calcoli sul 2005.
Mentre l’Ue si pone l’obiettivo del 20 per cento in meno (base 1990) di emissioni entro il 2020, il piano Usa parla del 17 per cento in meno (base 2005) sempre entro il 2020.
In ogni caso Europa e Usa parlano la stessa lingua, calcolando la quantità di emissioni in cosiddette “tonnellate equivalenti”, cioé “pesando” l’anidride carbonica emessa complessivamente.
La Cina invece lega le emissioni alla crescita della propria economia e adotta come parametro la “carbon intensity”, vale a dire l’ammontare dell’anidride carbonica emessa per ogni unità di crescita del prodotto interno lordo. Ridurre la “carbon intensity” permette alla Cina di introdurre un parametro che tiene conto della sua priorità di non deprimere l’economia.
La domanda è: a quanto equivale la promessa della Cina, calcolata secondo i parametri europei e americani? Difficile dirlo: c’è chi azzarda un 10-12 per cento. Altri invece fanno notare che se il Pil cinese aumentasse ai ritmi precedenti la crisi le emissioni addirittura potrebbero aumentare. In ogni caso c’è molta differenza tra il 40 e il 45 per cento, le due cifre ipotizzate oggi dal premier cinese. Nel primo caso non vi sarebbe praticamente nessuna riduzione, nel secondo si avrebbe una sensibile discesa.
Va anche valutato che Cina e Usa producono insieme circa il 40 per cento di tutte le emissioni del pianeta, per cui riduzioni percentualmente piccole di gas serra sarebbero in assoluto maggiori di quelle di quasi tutti gli altri paesi.
Resta il fatto storico che la Cina abbia accettato un controllo vincolante sulla propria economia.
Malgrado la svolta cinese e americana, il vertice Onu di Copenhagen sul riscaldamento globale si annuncia particolarmente difficile perché al momento sembra lontana la possibilità di sottoscrivere un accordo sul modello del protocollo di Kyoto che preveda sanzioni per i produttori di gas serra che non rispettano gli obiettivi.
Inoltre, le posizione europee sono ancora lontane da quelle dei Paesi emergenti e degli stessi Usa. E all’interno dell’Ue l’Italia è tra i paesi che frenano maggiormente.
Ieri il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, nell’annunciare la presenza del premier Silvio Berlusconi al vertice ha anticipato che l’Italia «farà il suo ruolo ma non accetterà un protocollo di Kyoto 2», con alcuni paesi vincolati «legalmente e altri soltanto politicamente». Altri governi europei ritengono invece che la Ue possa ugualmente impegnarsi a ridurre fortemente le emissioni di anidride carbonica e che questa posizione costringa poi l’industria e la finanza mondiali ad adeguarsi.
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