Bioplastica per riutilizzare i materiali di scarto.
maggio 22nd, 2009 by Sara in Energie rinnovabili, Sviluppo sostenibile
In una ricerca è stato sviluppato un processo che sfrutta colture microbiche aperte per convertire scarti organici in poliidrossialcanoati ad un ritmo tre volte più rapido rispetto ai sistemi attuali.
I microrganismi potrebbero rivelarsi fondamentali anche per sostituire il petrolio come materia prima per la produzione di plastiche: diverse proposte a riguardo sono state illustrate al convegno dell’American Society for Microbiology:
1) “I materiali organici di scarto dell’agricoltura, dell’industria e delle case private costituiscono una risorsa abbondante che attualmente viene buttata o trasformata in biogas: dal punto di vista di una produzione sostenibile, sarebbe auspicabile la loro trasformazione in sostanze chimiche utili”, ha spiegato Mark van Loosdrecht della Delft University of Technology, nei Paesi Bassi, che negli ultimi anni ha studiato alcuni batteri per trasformare questi scarti in bioplastiche note come poliidrossialcanoati (PHA).
I PHA sono poliesteri lineari prodotti dalla fermentazione batterica di zuccheri o lipidi e comprendono una notevole varietà di materiali, dal momento che possono essere ottenuti a partire da 150 diversi monomeri.
Si tratta di plastiche biodegradabili e tuttora costose da produrre rispetto alle plastiche convenzionali: questa circostanza ha limitato il loro uso in un’ampia gamma di applicazioni.
Utilizzando una tecnologia derivata dal trattamento delle acque reflue, van Loosdrecht e i colleghi del suo laboratorio hanno sviluppato un processo che sfrutta colture microbiche aperte per convertire scarti organici in PHA a un ritmo tre volte più rapido rispetto ai sistemi attuali.
2) In un’altra ricerca, Kevin O’Connor dello University College di Dublino, in Irlanda, ha sviluppato un nuovo processo utilizzando anch’egli batteri per produrre PHA a partire da materiali di scarto, e in particolare da plastiche non biodegradabili, utilizzando la pirolisi: in tale processo, le plastiche vengono riscaldate in assenza di aria, causando la rottura dei legami molecolari.
Il prodotto di questa prima fase di lavorazione diviene il nutrimento dei batteri del suolo che lo utilizzano per produrre PHA.
Il processo è stato sviluppato inzialmente utilizzando polistirene, una delle plastiche attualmente più diffuse, ma O’Connor ritiene che possa funzionare anche con altre sostanze, tra cui il tereftalato di polietilene (PET), utilizzato per produrre le bottiglie per l’acqua.
3) Richard Gross della Polytechnic University di Brooklyn, a New York, utilizza invece alcuni batteri per produrre, a partire da oli vegetali, una sostanza che a sua volta può essere convertia in una plastica molto simile al polietilene. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, quando viene scartato può essere convertito con metodi enzimatici in biodiesel.
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